Decidere

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decidere

Non sempre, ma in certi casi decidere è la cosa più difficile al mondo. Senti il peso della responsabilità della scelta, percepisci la gravità della situazione, intuisci il bivio che si biforca per gli effetti delle tue azioni: capisci di essere padrone della storia. Già, nel piccolo o nel grande, la storia è fatta di decisioni.

Non ci si scappa: nella decisione sei solo. Ti accompagna un parlamento di voci. Il buon senso, il coraggio, pareri amici, la comodità, il profitto, la saggezza, e via dicendo. Ma la decisione spetta solo a te.

Del resto, la brutalità del decidere sta nell’etimologia del termine. De+cidere, significa “tagliare via, mozzare”. Nell’attimo della decisione, spezzi un ramo di vita.

Spidercar

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Ragno

Va detto che non sono certo io quello che pulisce tutte le settimane la macchina, e va detto che povera la macchinuccia mia soffre un po’ di incuria del principale utilizzatore.

Questo lo dico perchè non si pensi male ora che racconto la storia del ragno dello specchietto sinistro.

Tutti i giorni mi trovo una modesta ragnatela allo specchietto retrovisore lato guidatore. Quando mi accorgo la levo prima che qualcuno la noti e la considerazione di me e della mia macchina precipiti. Però la ragnatela ricompare.

Ora sono riuscito a fotografarlo, il mio amico ragno, con l’ennesimo suo tentativo di tela sempre nella stessa posizione. Ragno amante di automobili? Non direi, visto che ha scelto la mia ;)

Ti stimo e ti invidio caro ragnetto, cocciuto, imperterrito, determinato, convinto del tuo ben preciso compito. Ti lascerei anche stare, e condurre la tua vita di instancabile tessitore, ma per noialtri umani la tua casa dolce casa è sinonimo di sporco. Buffo vero? Di dico questo così che non te la (te-la ahahah) prendi troppo quando con un poderoso colpo di strofinaccio spazzo via i tuoi progetti di vita.

Sono convinto però che ci riproverai. Ti voglio bene per questo.

Everybody needs

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In questo mondo ci sono avvocati, insegnanti, operai, agricoltori, disoccupati, sportivi, militari, religiosi. Tutte fantastiche particolarizzazioni dell’ancora più fantastico animale uomo.

Sta bene a tutti che prima d’essere una persona siamo tutti esseri viventi. Spero dunque di non scadere in banalità, andando ad introdurre il tema della mia riflessione odierna: la pipì.

Quale momento unisce meglio tutti gli uomini sulla faccia della terra di quella parentesi di pochi, quotidiani minuti di bisogno? E’ una cosa che tutti facciamo e tutti sappiamo fare allo stesso modo. Ma non se ne parla perchè è scontato e pure poco fine. Ma è così consolante sapere che qualsiasi persona, qualsiasi – il politico, il professore, il capo, il vigile – sempre, tutti i giorni, ha bisogno di andare in bagno.

Bisogno!!! Che bello… abbiamo tutti bisogno di qualcosa. Se non altro, di fare pipì.

E mentre ci penso mi rendo sempre più conto di quanto la pipì sia il momento più imbarazzante e più umiliante per l’essere umano, la razza più evoluta sulla terra. Ma dobbiamo ancora vuotarci più di 5 volte al giorno, che razza evoluta siamo? :D

Con questa dose di umiltà, accettiamo il momento della pipì come richiamo ancestrale, come legame alla terra. Io quando cambio posto, mi accorgo davvero di non essere a casa o in altri luoghi familiari solo quando vado in bagno. Quasi dovessi marcare il territorio…

Avrei poi molto da dire sui servizi igienici pubblici, riguardo orinatoi a muro (si può sapere come si combatte il maledetto blocco della pipì quando c’è qualcun altro alle tue spalle che aspetta il turno??? terribile…), o riguardo la misteriosa -e tuttora poco spiegata dalla scienza- abitudine femminile del turno in bagno in coppia (penso che un buon antropologo ci potrebbe scrivere libri a riguardo).

Preferisco rimandare ulteriori approfondimenti… anche perchè, come dire…mi scappa.

Tra parentesi

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Capitano, ogni tanto. Quei momenti in cui hai la nitida sensazione di parteciparvi soltanto, alla vita. Succede che all’improvviso ti accorgi che la giornata ti riserva un momento inedito, ma non improvvisato: deciso nero su bianco da chissà chi, chissà quando. Poesia e arte che si intrufulano furtive nei tuoi programmi, patetici proprio in quanto programmi. Per qualche attimo non ti rimane che cedere la parola e rimanere in ascolto.

Fanno parte di questi momenti tutti quegli incontri o quei dialoghi apparentemente senza senso. Toccate e fughe di perfetti sconosciuti. Meteore che aprono una parentesi senza troppe pretese. E con meno pretese ancora, la chiudono lasciando uno strascico non ben definito. Eppure, il ricordo rimane stampato bene in mente. Ricordo strampalato forse, come quell’incontro. Ricordo senza senso, magari falso e visionario. Però rimane.

Ho una piccola ma preziosa collezione di personaggi che mi hanno lasciato ricordi carinissimi e frasi che rimugino tutt’ora. Niente di che, solo due chiacchiere, al più del tempo passato insieme. Pochi di questi strani personaggi ho rincontrato. Probabilmente la loro specialità sta lì in quel breve lasso di tempo, in quella parentesi di novità.

Che ne è di loro? Chi li ha chiesti? Che ci stanno a fare? Forse proprio niente. Diciamo che sono come il prezzemolo su un primo piatto.

Dio benedica il prezzemolo.

Ci vuole qualcosa di nuovo

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RegaloAmo l’Imprevedibiltà.

Perchè odora di nuovo, di nascita, di fresco. Odora anche di pesce fresco, di salmone per la precisione, perchè i salmoni vanno controcorrente.

L’imprevedibiltà rompe il solito, odia il normale, distrugge il collaudato. L’imprevedibilità si subisce, si accoglie e si scopre. Ma si può anche cercare, vivere e testimoniare. Così essere artefici del nuovo diventa un grande potere. Il potere del giocatore di carte, dell’attore, del concertista, e del funambolo. Artisti dell’imprevedibile.

Il banale, il solito, il normale sono una sconfitta per la creatività dell’universo.

Credere nell’imprevedibilità è credere nel mondo. In fondo, tirando i dadi, prima o poi succede che qualcuno faccia doppio numero. Quello è il momento buono che si aspetta.

Credere nell’imprevedibilità è credere in sè stessi, perchè solo provando ad essere imprevedibili ci si può ingannare e si possono superare i propri limiti.

Nessuno si appassiona così tanto ad un libro come quelli che non ne conoscono il finale.

Waiting for

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Merlo

Un nido di merlo, proprio nel mio giardino.

E l’occhio guardingo e allarmato è proprio suo, del papi. Lui, che ora si farà un po’ di turni di prolungata attesa. Nel consueto sottofondo di moderato traffico, tagliaerba in attività, vociare quotidiano, sotto un sole sempre meno primaverile. Giorno dopo giorno. Aspettando. Con la consapevolezza di avere un preciso fondamentale ruolo affidatogli dalla natura.

Bello, vedere la vita che -ignara di tutto- va avanti per la sua strada sotto il tuo naso!

Io amo questo merlo!

Non chiamatela macchina

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SnakkyIn ogni ecosistema vigono leggi proprie. Così anche nel microcosmo ufficio, il senso comune perde di significato di fronte a regole consolidate della vita interna.

Questa premessa per spiegare cosa succede nei 15 minuti di pausa al lavoro. Per cercare di motivare come, per 15 minuti, le menti fresche e attive (?) di baldi giovani vengano catalizzate da Snakky.

Chi è Snakky? E’ la macchina automatica portavivande qui a fianco. Ma chiamarla macchina è riduttivo.

In pausa si parla di Snakky. Gli sguardi fissi al neon ipnotico di Snakky, prima o poi qualcuno acquista da Snakky. Sappiamo a memoria i prezzi e le posizioni degli articoli. Ormai si è pienamente dibattuto di ogni rapporto qualità/prezzo, e pure sono risapute le correlazioni prodotto/acquirente.

E quando capita che dopo un rifornimento, un prodotto venga sostituito, c’è di che parlare per giorni.

Siamo consapevoli di esserne succubi. Ma in fondo, non chiediamo di meglio.
Snakky, una di noi.

(aiutateci)

Ladri di biciclette (vedi antiquari)

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Sono due le cose che ho imparato dalla mia vita da ciclista. La prima è che non sono mai stato un ciclista. La seconda è che quando compri una bicicletta nuova, va talmente veloce che quando la lasci incustodita per un po’ non la vedi più.

E’ per questo che ho sempre difeso la teoria: “bici vecchia va piano e lontano”. In realtà me la sono inventata adesso, e in effetti il motto non vuol dire niente. Però sta di fatto che le mie bici scassate mi hanno sempre portato ovunque e sono sempre state la seconda, o anche terza scelta dei ladruncoli di quartiere.

Così l’ultimo mio acquisto è stata una bici di seconda mano, scelta appositamente vecchia, brutta e acciaccata. Per ora fa il suo dovere e mi scarrozza fedelmente ed ecologicamente.

Ma fino ad oggi ignoravo la fantastica storia della MIA bicicletta.
Quella ciofeca della mia bici è nientepopodimeno che una “Airolg“. Il nome non vi dice niente? Bene. Una storiella che non ho avuto il tempo di verificare (ma non voglio nemmeno farlo, è stupendo così) racconta che in epoche lontane dominavano in Italia le biciclette “Gloria“. Forse un’idea geniale per rilanciare il prodotto, forse una crisi aziendale, forse un errore di stampa vollero che di punto in bianco nascesse la marca Airolg, il contrario del precedente nome.

Voglio assolutamente scoprire il volto e la storia dell’inventore del nuovo marchio. Ma le mie ricerche si fermeranno presto, probabilmente sono al cospetto di una leggenda antica, che mai del tutto si saprà.

Forse questo particolare crescerà il valore della mia bici? Sento già l’orda di antiquari senza scrupoli che circuiscono la mia dueruote. No, cari amici che vi rifornite al self-service del parcheggio delle biciclette: questa no. Scegliete una Ihcnaib o anche una Anirafninip, ma la Airolg no!

Per concludere, cito una wikiquote sulla bicicletta:

Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta penso che per la razza umana ci sia ancora speranza (H.G. Wells)

…di ritrovare la bici?

Punti di vista

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Mi sveglio. Cammino. Salgo le scale. Mangio.
Scendo le scale. Vado sulla ruota.
Scendo dalla ruota. Cammino. Salgo le scale. Scendo le scale. Dormo.
Mi sveglio. Vado sulla ruota. Scendo dalla ruota. Salgo le scale. Mangio.
Scendo le scale. Dormo.
Mi sveglio. Cammino. Salgo sulla ruota. Scendo dalla ruota. Dormo.
Mi sveglio. Dormo.
Mi sveglio. Salgo le scale. Mangio.
Scendo le scale. Salgo sulla ruota. Scendo dalla ruota. Dormo.

Ci sono tante piccole cose di cui essere felici in questo mondo. Una di queste è di non essere un criceto.

Motti in voga

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Vivi e lascia vivere” è una frase molto comune, condivisa da molti e sicuramente attraente.  Piace molto perchè centra in pieno il requisito del “politically correct” richiesto dalla paranoica società odierna. Se vale il secondo invito, nessuno fa del male a nessuno, la vita è garantita, nella sua pienezza e libertà. E’ talmente semplice.

Troppo semplice. Di questo motto si ascolta solo il bellissimo imperativo “vivi”. Peccato che la parola “lascia” sia quasi un sinonimo di “fregatene”. E’ fin troppo una frase che puzza di detestabilissimo individualismo.

E’ una sottile differenza, quella che c’è tra il non far niente di male a quella di far qualcosa di buono. In questa sottile differenza risiede la scomodità e il rischio. Il rischio di esporsi, ma anche perfino quello di far più male che bene.

Col “vivi e lascia vivere” forse si distrugge poco, ma si costruisce ancora meno. Tra bianco e nero, questa frase tanto invogliante conduce al grigio più avvilente. Soluzione di cui ho una gran paura.

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